I rifiuti della tecnologia sono un pericolo per tutti noi.

Un problema ignorato dalle industrie e dalle istituzioni. Eppure le soluzioni sono semplici.

La redazione.

L’hardware in generale, e gli smartphone in particolare, fanno così tanto parte della nostra vita quotidiana che, il più delle volte, non ci soffermiamo neanche a riflettere su ciò che accade quando il dispositivo utilizzato, divenuto obsoleto, viene buttato nell’indifferenziata e, soprattutto, non ci poniamo alcuna domanda sul loro smaltimento. La risposta è che diventano un enorme problema ambientale e sanitario nelle discariche di tutto il mondo.

I rifiuti elettronici rappresentano attualmente il 5 percento di tutti i rifiuti globali. E questo è un coefficiente destinato a crescere esponenzialmente man mano che il numero di dispositivi a nostra disposizione aumentano senza essere riparati e quindi riciclati.

I rottami tecnologici finiscono in posti come Agbogbloshie, nella periferia della capitale del Ghana, Accra. È la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo, dove 10.000 persone, in via del tutto volontaria, riciclano quanto è riciclabile mettendo a rischio anche la loro salute in mezzo alle montagne di “spazzatura elettronica”.

Tuttavia, una discarica abusiva come Agbogbloshie non dovrebbe neanche esistere. La Convenzione di Basilea, un trattato del 1989 volto a impedire alle nazioni sviluppate lo scarico non autorizzato di rifiuti elettronici nei paesi meno sviluppati, dovrebbe impedire alle discariche tossiche come questa di svilupparsi indiscriminatamente così come sta accadendo. L’industria dei rifiuti elettronici, invece, elude la normativa internazionale “esportando” in paesi poveri come il Ghana materiali elettronici etichettati come “beni di seconda mano”, consapevoli della tossicità di quegli scarti pericolosi per la salute umana e per l’ambiente. Tanto per avere un’idea dell’impatto ambientale di questa spazzatura digitale, basti pensare agli smartphone che contengono mercurio, piombo e persino arsenico, tossine libere di contaminare l’ecosistema in cui sono disperse. Il problema ci dovrebbe riguardare da molto vicino visto che cacao e frutta secca, che consumiamo abbondantemente, viene proprio dal Ghana.

L’origine del problema sta in Europa e nel Nord America: solo l’Unione Europea e gli Stati Uniti contribuiscono a quasi la metà del totale dei rifiuti elettronici generati ogni anno, pari a 50 milioni di tonnellate. Alcuni governi hanno iniziato ad assumersi la responsabilità dello smaltimento dei rifiuti elettronici. Tuttavia, il problema da fronteggiare è l’incessante domanda dell’elettronica di consumo dovuta anche all’obsolescenza programmata dei dispositivi digitali, una domanda pressoché illimitata da parte dei consumatori di hardware che i governi non riescono a fronteggiare in quanto le loro politiche ecologiche, e relative risorse economiche impiegate, sono rivolte anche ad altre aree di controllo come le emissioni di carbonio.

Solo i produttori possono risolvere questo problema creando un’economia hardware circolare. Una soluzione economicamente più sostenibile e politicamente possibile consiste nell’incentivare i produttori di hardware a rendere redditizia la riparazione, il riutilizzo e il riciclaggio dei dispositivi elettroni e digitali. D’altro canto, dovrebbe essere finanziariamente attraente per i produttori di smartphone riciclare il proprio hardware. Il solo valore dei rifiuti elettronici mondiali è di 62,5 miliardi di dollari, più del PIL della maggior parte dei paesi. C’è una quantità di oro 100 volte maggiore in una tonnellata di telefoni cellulari, che nella stessa quantità di minerale d’oro; fino al 7 percento dell’oro mondiale potrebbe essere attualmente contenuto nei rifiuti elettronici.

È giunto il momento che i nostri governi stabiliscano regole e norme ben precise per regolamentare e  risolvere lo smaltimento dell’hardware di consumo se non vogliamo ritrovarci metalli pesanti nel piatto e un pianeta irrimediabilmente inquinato.

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