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La digital economy parla indiano.

La digital economy parla indiano.

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La scorsa settimana IBM ha scelto come CEO Arvind Krishna. WeWork ha confermato di aver assunto Sandeep Mathrani come nuovo amministratore delegato. Indiani o di origini indiane sono i migliori cervelli delle aziende ipertecnologiche. Perché?

La redazione.

Vediamo qualche esempio di eccellenze indiane al comando di importanti società internazionali:

Shantanu Narayen, Adobe

Sundar Pichai, Alphabet, la società madre di Google

Satya Narayana Nadella, Microsoft

Rajeev Suri, Nokia

Punit Renjen, Deloitte

Vasant “Vas” Narasimhan, Novartis

Ajaypal “Ajay” Singh Banga, Mastercard

Ivan Manuel Menezes, Diageo

Niraj S. Shah, Wayfair

Sanjay Mehrotra, Micron

George Kurian, NetApp

See Also

Nikesh Arora, Palo Alto Networks

Dinesh C. Paliwal, Harman International Industries

Perché quindi così tanti indiani ai vertici delle più grandi aziende impegnate nell’innovazione?

Perché, gli indiani, così come pure altri popoli asiatici o provenienti dai cosiddetti, ma solo per convenzione e convenienza, “Paesi in via di sviluppo” hanno una innata capacità di adattamento al cambiamento e sanno fronteggiare le incertezze. In India, come nelle Filippine, in alcune regioni della Cina, in Thailandia, in Vietnam, non sempre vi è certezza che la mattina ci sarà abbastanza acqua corrente per lavarsi o elettricità per asciugarsi i capelli. Ciò comporta lo sviluppo di meccanismi adattivi, di forza e perseveranza spendibili ovunque, aziende e imprese incluse. Lo sviluppo di questi meccanismi di difesa che sono riconducibili alla sopravvivenza, ha consentito agli indiani, nella fattispecie, di essere lungimiranti, di guardare avanti e anche oltre elaborando, sin dall’inizio, un piano B o una backdoor per usare un termine molto di moda oggi.

Si dice che gli indiani siano delle vere e proprie eccellenze in ambito matematico. Probabilmente, queste grandi capacità di calcolo sono riconducibili al quotidiano calcolo che gli indiani fanno nel loro Paese di potercela fare. L’India non è un Paese, è un subcontinente con oltre 1 miliardo di persone distribuite in un territorio vastissimo con differenze al suo interno da far impallidire i nostri microscopici regionalismi. In un contesto del genere non si può fare a meno di “calcolare” in continuazione la probabilità di riuscire in qualsiasi cosa.

Un altro aspetto delle capacità degli indiani emergenti è quella di sapersi inserire all’interno del nuovo tessuto sociale in cui si trovano. La capacità di adattamento culturale, dei costumi, dei comportamenti è uno dei tratti distintivi della facoltà di riuscita in qualsiasi tipo di attività da parte degli indiani. Prendiamo ad esempio lo sport. Gli indiani stanno al cricket così come gli italiani e gli europei in genere stanno al calcio. E’ molto più probabile che un indiano riesca a conversare  di pallone che un italiano di cricket.  Dopo alcuni anni di permanenza in un paese straniero, l’indiano guarderà al cricket come al suo vecchio amato sport e basta, mentre l’italiano si lamenterà nostalgicamente di non poter assistere alla partita della sua squadra del cuore.

Ultimo aspetto ma più rilevante di tutti, la convinzione della meritocrazia. L’etica, per gli indiani, è un elemento centrale che si estende dal centro alla periferia; dalle famiglie alla società intera. In particolare, l’etica intesa come educational core, è ciò che spinge gli indiani a cercare nel merito l’ingrediente fondamentale per nutrire il proprio percorso professionale, dall’università alla guida delle grandi multinazionali. E dando uno sguardo alla lunga lista di CEO, amministratori, ingegneri che abbiamo elencato sopra, possiamo affermare che hanno centrato tutti gli obiettivi.

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