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“Le parole del sentire comune”: il potere discreto del linguaggio.

“Le parole del sentire comune”: il potere discreto del linguaggio.

Due studi sperimentali sul nostro rapporto con l’udito.

Redazione. Foto di Andrea Piacquadio

Anche il linguaggio può essere d’aiuto per superare gli stereotipi sul calo dell’udito. È quanto emerso dallo studio “Le Parole del Sentire Comune”, presentato giovedì 6 maggio e promosso dal Centro Ricerche e Studi Amplifon. Secondo la ricerca l’utilizzo di uno specifico linguaggio nella descrizione di un fenomeno che interessa oggi 7,3 milioni di italiani (12% della popolazione) può rivelarsi un elemento fondamentale per diffondere conoscenza e consapevolezza, migliorando la qualità della vita di una fascia della popolazione sempre più attiva. Una nuova generazione che ha stili di vita e abitudini moderne e diversificate, ma che ancora oggi tende a nascondere le proprie difficoltà uditive per molto tempo – in media sette anni – prima di affrontare il tema serenamente con amici e familiari.

La ricerca – che rappresenta la prima tappa di un ampio progetto nato con l’obiettivo di
comprendere più a fondo il ruolo che il linguaggio gioca nell’evoluzione degli stereotipi
relativi al calo dell’udito e all’adozione di soluzioni dedicate – è stata condotta in due fasi ed è stata coordinata dalla professoressa Claudia Manzi, di Psicologia Sociale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in stretta collaborazione con un advisor board composto dal professor Sandro Martini, già direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova, dalla professoressa Elisabetta Genovese, già presidente della Società Italiana di Audiologia e Foniatria (SIAF), da Alexa Pantanella, Founder di Diversity & Inclusion Speaking, e da FabrizioAlfieri, Direttore Centro Ricerche e Studi Amplifon (CRS).
“Con questa ricerca, Amplifon desidera riportare l’attenzione su come ognuno di noi può fare la differenza nell’abbattere lo stigma dell’ipoacusia per promuovere un linguaggio inclusivo. Contesto, canale di comunicazione e messaggio richiedono un uso corretto sia delle parole che di un registro linguistico specifico: solo in questo modo possiamo contribuire al cambiamento culturale necessario per migliorare la qualità di vita delle persone, superando ogni stereotipo”, sottolinea Fabrizio Alfieri, Direttore Centro Ricerche e Studi Amplifon (CRS).

Nella prima fase dello studio, pubblicata nel Journal of Language and Social Psychology, si è analizzato lo stato attuale della rappresentazione sui mezzi di informazione dei temi relativi al calo dell’udito. La ricerca ha inizialmente analizzato un corpus di oltre 650 articoli pubblicati sulla carta stampata e nel web in Italia, in un arco temporale di due anni. Le analisi hanno evidenziato che, contrariamente a quanto atteso, il tema del calo uditivo in età anziana (presbiacusia) è in generale sotto rappresentato sulla carta stampata, che si concentra maggiormente nella trattazione di tematiche legate alla sordità o in generale alle situazioni di difficoltà uditiva nelle generazioni più giovani (neonati, bambini e giovani). Nello specifico, i quotidiani si concentrano sugli aspetti del problema legati all’attivazione delle cure, mentre i periodici (soprattutto quelli specialistici) analizzano sintomi e soluzioni. È solo sul web che troviamo una maggiore rappresentazione del problema focalizzato su adulti e anziani.
“Aspetti rilevanti sono emersi anche dall’analisi dei termini maggiormente utilizzati dai mezzi di comunicazione per riferirsi ai sintomi, alle soluzioni e alle persone coinvolte in questo problema” spiega Claudia Manzi, docente di Psicologia Sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore. “Dall’analisi di confronto sui sostantivi più specifici e maggiormente usati nei tre corpus analizzati (giornalistico, forum peer-to-peer e forum specializzati) si osserva che il linguaggio giornalistico sul tema si discosta molto da quello colloquiale prediligendo l’utilizzo di un lessico ricco e articolato dove prevalgono termini medici tendenzialmente freddi (es. paziente, ipoacusia, acufene, disturbo, malattia”).

Questi risultati sono stati utilizzati per progettare uno studio sperimentale on line con
l’obiettivo di comprendere se e come il linguaggio tecnico/medicalizzante utilizzato dai
media possa influenzare gli atteggiamenti nei confronti del calo dell’udito e delle soluzioni acustiche. I risultati hanno suggerito che l’esposizione a un linguaggio massmediatico che include parole informali – al contrario dei termini tecnici comunemente usati dalla stampa – favorisce atteggiamenti positivi impliciti ed espliciti nei confronti dei dispositivi acustici, in particolare tra le persone che hanno un contatto diretto con gli anziani.
La seconda parte dello studio, attualmente in corso di pubblicazione, ha voluto analizzare il ruolo del linguaggio utilizzato dai professionisti nell’affrontare questo argomento sulla formazione degli atteggiamenti, ma anche sulle intenzioni comportamentali rispetto all’acquisto di soluzioni acustiche. I risultati hanno suggerito che, quando si interagisce con i medici, l’esposizione a un linguaggio tecnico che include parole mediche promuove atteggiamenti positivi nei confronti degli apparecchi acustici e incoraggia le persone ad adottarli quando necessario, oltre a raccomandarli a parenti e amici.

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Nel complesso, quindi il progetto di ricerca fornisce delle indicazioni chiare per l’utilizzo di un linguaggio che possa favorire il superamento dello stigma in relazione a questo ambito. L’uso di un linguaggio informale nella stampa potrebbe generare uno stile di comunicazione che influenza positivamente l’atteggiamento delle persone nei confronti delle soluzioni per la cura dell’udito.
L’uso di un linguaggio tecnico formale nella comunicazione medico-paziente, nonostante sembri meno rassicurante, è più efficace nel persuadere le persone ipoacusiche a fare affidamento sui dispositivi acustici.

Amplifon
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