“Our Digital Afterlife”, Faeem Hussain solleva urgenti questioni da risolvere sull’aldilà digitale.

I messaggi che scriviamo, i post che pubblichiamo, le mail che inviamo sono tutte tracce digitali destinate a rimanere per un lunghissimo periodo di tempo, anche dopo la nostra morte. Tutto ciò si trasforma quindi in un gigantesco memoriale digitale al quale, probabilmente, qualche caro vorrebbe di tanto in tanto attingere, per sentirsi in un modo o nell’altro ancora connesso a chi è passato a miglior vita. Tuttavia, dopo il luttuoso evento, chi conserva le informazioni del de cuius e chi può accedervi?

di Giovanni Pugliese.

Faheem Hussain, professore associato presso la School of the Future of Innovation in Society (SFIS) presso la Arizona State University (ASU), ha fornito le riposte a queste domande nel suo libro “Our Digital Life” presentato il 16 febbraio durante la sessione “Death in 21st Century: What is Left Behind”.

Fareem Hussain.

Hussain, nel suo lavoro, ha trattato innanzitutto il tema, anzi, il dilemma di ciò che accade all’io digitale dopo la morte. Abbiamo assistito spesso alle difficoltà che hanno avuto di familiari e amici di una persona deceduta per accedere, ad esempio, alle sue pagine social – dice Hussain – Si è discusso e fatto molto sulla sicurezza e sulla protezione dei nostri dati da vivi, ma dovremmo anche iniziare a discutere su come gestire i dati quando saremo morti.

Hussain ha trascorso molti anni nello studio sulle normative dei diritti in ambito digitale; ha documentato i cambiamenti che le aziende hanno attuato in termini di gestione dei dati delle persone morte e, nel suo lavoro di ricerca, insieme ai colleghi dell’Università dell’Arizona, ha esaminato le “politiche digitali sull’aldilà”, i casi e i feedback degli utenti soprattutto nei paesi in via di sviluppo. E proprio in questi paesi, dice Hussain – i dati delle persone decedute sono più vulnerabili e potrebbero essere fatti oggetto di furto di identità. Da qui nascono quindi problemi legati alla privacy e alla proprietà digitale, problemi che possono essere risolti solo riempiendo il vuoto normativo sull’aldilà digitale.

Hussain e i suoi colleghi hanno concluso che è necessario fare di più per risolvere le questioni legali relative alla custodia, diffusione, proprietà dei dati una del defunto in modo da ridurre anche il divario tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, al fine di garantire soluzioni inclusive e globali. Il problema della gestione dei  “ricordi digitali” che il morto lascia in rete dovrà essere risolto al più presto – afferma Hussain, soprattutto alla luce dei recenti studi che hanno rivelato che il solo Facebook potrebbe avere 5 miliardi di utenti morti entro il 2100 ed una quantità di informazioni, dati sensibili, testimonianze, account, profili altro ancora da far impallidire qualsiasi blockchain.

Di recente, molte piattaforme digitali, tra cui Facebook e Google, si sono adeguati, dal punto di vista normativo, alla scomparsa per sopraggiunta morte dei propri utenti: Facebook trasformerà le pagine dei deceduti in un memoriale e sarà possibile nominare un tutore per la gestione dell’account. Con Google, sarà possibile impostare, anche in vita, un contatto di fiducia che si occuperà dei dati dopo la morte del titolare dell’account. Tutto ciò è nelle mani dell’utente che dovrà configurare le impostazioni prima del “trapasso digitale”.

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